sabato, 16 luglio 2005

Tempesta

Giordano Segatta

 

Il mare ribolliva inquieto, mentre onde virili frustavano con impeto la spiaggia. I passi di Calibano penetravano la sabbia lasciandovi profonde ferite, mentre con equilibrio incerto accompagnava Miranda nel suo passeggiare. Solo dove la ragazza accarezzava il suolo coi piedi nudi l’irruenza delle onde sembrava addomesticarsi.

Uno schizzo tra la spuma marina attirò la loro attenzione.

“Un pesce” sorrise la bambina.

“Pe… Sch!” tentò di ripetere Calibano, straziando le sillabe.

“No. Pesce” replicò con pazienza Miranda, e la parola le scivolò di bocca come fosse liquida. Lei sì che era capace di cullare i suoni, accoglierli fra le sue labbra per coccolarli. Calibano li sapeva ricevere, ma non era in grado di riprodurli. Dalle sue fauci le frasi uscivano violentate, in un abuso di rantolii e gemiti.

“Peesch… sche” ringhiò la bestia, spingendo i suoni con tale furore da smembrarli.

Miranda lo fissò in silenzio, le labbra strette in una fessura e lo sguardo serio che non nascondeva un deluso rimprovero. Calibano chinò il capo ed infilò la testa nell’ incavo del braccio, sfuggendo agli occhi da bimba che penetravano i suoi. La vergogna e l’umiliazione si infilarono come lunghe schegge sotto la carne, facendolo tremare. Lui, il grande Calibano, il Figlio della Strega, il Padrone dell’isola… lui, bestia impotente, a subire violenza dal capriccio severo d’una ragazzina.

Un tempo era stato uomo tra gli animali, re tra le bestie. Il conoscere degli uomini, dei veri uomini, aveva fatto di lui un animale. Gli avevano incatenato il corpo con delle alghe per non vederlo nudo. Gli avevano addentato la carne con le lusinghe, accarezzato i capelli per poi stringerli al suo collo come guinzaglio. Con la scusa di una carezza, avevano affondato le dita nelle sue piaghe, fino a farle sanguinare. Con la promessa d’un bacio gli avevano succhiato la saliva dalla bocca e lui, lui, Calibano, aveva goduto di queste attenzioni, si era concesso umile e fedele a quegli immeritati padroni. Essere schiavo era il prezzo dell’affetto che gli veniva promesso, un affetto sporco, impuro, come quello che un uomo può concedere ad una bestia, la bestia di cui si sente padrone. Addomesticato col pretesto di simile, sottomesso col nome di figlio, ora il possente Calibano, il feroce predatore, scavava la propria carne con lo sguardo per proteggerlo da quello d’una bambina.

Miranda sembrò accorgersi della sofferenza della bestia. Si stupì che una creatura tanto rozza potesse essere posseduta da una simile vergogna, e istintivamente allungò una mano a sfiorargli la testa. Lo schifo vinse la pietà e la ritrasse.

“Su, Calibano. Riproveremo domani, va bene?”

La bestia alzò la testa, ma i suoi occhi erano ancora bassi, intenti a sondare le caviglie di Miranda per sfuggire ai suoi occhi padroni. Uno spruzzo di bianca spuma sfuggì alle onde, bagnando le gambe della bambina. Alcune gocce colarono dalle ginocchia alla sabbia in una rapida rincorsa. La pelle di Miranda era morbida e liscia, pulita. Non era come quella di Calibano, non era sfregiata dai tagli inflitti dalla foresta, dai solchi che testimoniavano l’aggressività di qualche preda che non voleva darsi per vinta. La pelle di Miranda era bella, invitante, giovane. Profumava di fresco, di quell’umidità che al mattino gocciola tra le pieghe delle piccole foglie. Odorava di frutto quasi maturo, di preda inconsapevole che attende nella boscaglia.

Calibano si lasciò possedere da un desiderio gonfio e pulsante, l’istinto sfondò con violenza la barriera sottile dei suoi pensieri tramutandolo nel predatore che da sempre era stato. Voleva quel frutto, voleva affondare i denti nella polpa della sua preda, lacerarla coi denti e gli artigli. Voleva fare suo quell’odore tanto invitante, schiacciarlo sulla propria pelle, impregnarne i peli ed i capelli, possederlo come fosse suo da sempre. Un desidero insistente e straripante che non era, non poteva essergli negato, perché era la natura stessa a partorirlo, l’umanità istintiva e selvaggia che ancora covava nel suo intimo violentato dalla dolcezza, e che emerse squarciando la prigionia dei suoi sensi addomesticati.

Lo avevano chiamato bestia per estirpargli la sua bestialità, lo avevano reso uomo per negargli la sua umanità, ma finalmente tornava ad essere ciò che era: Calibano, Figlio della Strega, Padrone dell’isola, predatore. Inspirando in un rantolio di ruggente compiacimento, finalmente il mostro alzò gli occhi su Miranda, e vide soltanto una bimba. Un’indifesa, fragile bimba. Una preda. Nient’altro.

Senza smettere di puntarla, si avvicinò.

Un’onda aggressiva si spinse con violenza sulla spiaggia, squarciandola in profondità come una lunga ferita. Mentre scivolava liquida ed esausta nell’oceano che l’aveva partorita, sembrò gemere impotente, tentò una sfinita ribellione, ma alla fine affondò sconfitta sulla sabbia, e fu solo il silenzio.

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sabato, 16 luglio 2005

Il Dio

Giordano Segatta

 

Non devi avere paura.

Quest’angoscia che ti sale dentro, il disagio che fa tremare i gesti ed appesantisce il respiro, ti assicuro è del tutto normale. Sei ancora giovane, è giusto ti prenda il tempo di fermarti a riflettere, che ti chieda chi sei, e perché, cosa vuoi esattamente e se riuscirai a ottenerlo.

Non sentirti sconfitto se non trovi le risposte, se l’unica certezza che riesci a far tua è che nessuno ti può davvero aiutare a cercarle, in fondo sei solo, completamente solo, e sfuggire a questa verità non è altro che un’illusione. Non sentirti debole se questa solitudine ti pesa, non avere paura a cercare altrove il conforto che non puoi trovare né in te né in nessun’altra persona. Io sono qui per te, apposta per ascoltarti, consolarti, liberarti dal tormento di questi pensieri.

L’avermi cercato è un gesto di immenso coraggio, non di debolezza.

Lasciati abbracciare da me, ti sedurrò a poco a poco, scioglierò una ad una le catene che ti rallentano il passo, i pensieri che fanno tremare i gesti ed appesantiscono il respiro. Colmerò la tua solitudine con un abbraccio tanto forte da renderti mio schiavo. Ti donerò attimi di gioia così intensa da spazzare via tutto il resto, lo prometto, ben presto non avrai bisogno d’altro che di me, ogni altro soggetto perderà d’importanza. Non ti curerai più di compiacere gli altri, della ricchezza, del tuo stesso apparire, scoprirai che perfino la legge e l’educazione non sono altro che formalità, non avrai più bisogno di aggrapparti a queste catene per paura di cadere.

Penserai a me soltanto, ogni momento, a me e alla felicità che ti ho insegnato. Vivrai per quegli attimi che solo io ti posso concedere, gli istanti in cui smetterai di esistere e diventerai tutto ciò che ti circonda, in cui potrai assaporare i suoni, sentire i colori bruciarti la pelle, ascoltare le ombre danzarti intorno, allungare le dita verso il gusto dolciastro d’un bacio. Morirai ogni volta che ti allontanerai dal mio abbraccio e nascerai di nuovo ogni volta che ci rincontreremo.

Ti insegnerò che l’unica cosa davvero importante, in questa vita, è vivere. Solo accogliendomi dentro di te potrai farlo veramente.

Ma anch’io esigo qualcosa in cambio. Dovrai sacrificare al mio nome la tua intera esistenza, mettermi davanti ad ogni altro affetto. Sarai costretto ad abbassare la testa sotto il peso dell’altrui pregiudizio, dovrai combattere duramente contro tutti coloro che ti chiederanno di ribellarti a me, di vergognarti del tuo Dio. Io stesso ti ruberò il tempo, il sangue, la memoria, sarò affettuoso quando ti concederai a me e severo se proverai a lasciarmi, a momenti il tuo amore per me sarà così assoluto da sopraffare la tua stessa volontà.

A volte ti sembrerà un prezzo altissimo, verrai messo alla prova, si scaglieranno contro di me e di te, rinnegheranno il tuo nome e la tua vita stessa. Non lasciarti sedurre, chi non è caduto nel mio abbraccio non ti potrà mai realmente comprenderti. Accogliendomi in te ricevi l’inferno e il paradiso, in cambio ti libero da un lento e sofferente purgatorio fatto di giornate senza senso, la sconfitta della solitudine, il trascinarsi stanco d’una vecchiaia prolungata.

Ti aspetto con pazienza, so che mi cercherai presto. Tutti hanno bisogno di un Dio.

Ricorda, non sono nello sfarzo delle chiese o nel lusso dei salotti; io sono nella strada, di notte, tra gli eccessi del peccato e del vino, tra il dolore e la confusione di corpi che urlano straziati, tra il fetore nauseante del fumo e del vomito, tra luci che bruciano gli occhi riempiendoli di lacrime, tra l’assordarsi di suoni ossessivi ed intermittenti. Sono in mezzo agli sconosciuti, cannibali e prede, a portare un senso nei loro sguardi sfiniti e spenti. Cercami quaggiù e ricorda che non ho la forma d’un angelo, dalla veste immacolata e le lucenti ali d’avorio.

Sono solo una pasticca bianca.

 

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domenica, 19 giugno 2005

L’ombra

Giordano Segatta

 

Ogni volta sbocciano le parole “Ti Amo” è come se il tempo si spezzasse. Da un lato c’è l’attimo immobile di un bacio, uno sfiorare rubato di labbra dal sapore indelebile. Dall’altro un istante infinito traboccante di solitudine, pesante come sa esserlo soltanto il vuoto. Oscar, ancora una volta, si trovava nella metà sbagliata.

 

La quotidianità dell’autobus era rassicurante. Lo sbuffare delle porte richiuse, l’ondeggiare svogliato del mostro ronzante che ingoia sconosciuti per trascinarli nel suo passeggiare. Oscar pensò all’appartamento che lo aspettava, e un brivido gelido insidiò la sua ferita. Niente più voci ad impregnare i muri, niente più promesse a rimboccargli le lenzuola. Solo una prigione di mattoni e cemento, una catena di stoffa e lana, a trascinarlo in un sonno apatico senza risveglio. L’orologio strozzava il polso, prigioniero troppo stanco per reagire.

Il vuoto si riempi col viso d’una sconosciuta.

Oscar la poteva scorgere frontalmente, un paio di sedili di fronte a se, come ogni giorno, ogni giorno fedele a quella poltroncina di plastica arancio, sempre la stessa. L’aveva vista moltissime volte, ma non l’aveva mai guardata. Graziosa come una piccola fiamma, assorta nel mondo che filtrava a frammenti dal finestrino, sovrapposto al riflesso di un sorriso sereno che la faceva certo più giovane. Il corpo minuto, le dita sottili ad accarezzarsi i polpastrelli soprapensiero. Troppo lontano per poterne realmente assaggiare il profumo, Oscar annegò in una fragranza di seta, e la sua ferita sembrò addormentarsi.

 

La notte abbracciò la città.

Oscar aspettava. Impaziente ma controvoglia, inginocchiato sul proprio letto, sul collo l’alito quella oscurità fredda e tagliente. L’ombra strisciò fuori dalle ombre, si avvinghiò ai piedi, tentando di trascinarlo con se nel buio. Prese corpo un sorriso di suadente sadismo, e una mano gelida gli si strinse al collo. Soffocando un grido rabbioso, Oscar afferrò le dita sulla propria gola e le torse fino a spezzarle. Afferrò quel sorriso, sentendo sui polpastrelli il caldo umido del palato, e con uno strattone deciso sradicò la mascella. L’ombra esplose un grido. I pugni affondavano nella carne tenera, le unghie laceravano e scavavano, recidevano e strappavano, spruzzi di appiccicoso liquido scuro impregnavano il pigiama mentre schegge d’osso torturavano la carne.

Alle ferite della carne l’ombra reagiva squarciandogli l’anima. Il corpo dilaniato aveva gli occhi carichi di curiosità di Marina, chiusi da una curva imboccata male; la bocca contratta dal disprezzo di Carlo mentre gli diceva “Addio” per un’incomprensione; la voce di zucchero di Eliana che ammutoliva nel silenzio d’un telefono; ma soprattutto la sua pelle aveva la fragranza che da quel giorno gli sarebbe stata negata, a causa di un “Ti Amo” detto al momento sbagliato.

Oscar si sentì soffocare, mentre sprofondava nel corpo informe squartato dalla sua furia. Tentò di aggrapparsi, e si afferrò al viso di una sconosciuta, una ragazza dal sorridere giovane e tranquillo che ogni giorno sedeva sullo stesso sedile arancio dell’autobus. Si aggrappò alle braccia sottili che un giorno certo l’avrebbero abbracciato, accarezzato, consolato. Le avrebbe raccontato di se, mostrato le ferite che gli avevano squarciato il petto, senza vergogna. Lei ne sarebbe stata scossa e affascinata, avrebbe fatto un po’ suo quel dolore con una carezza di dita sottili, avrebbe cercato di rubargli l’intensità delle sue emozioni attraverso un bacio.

Con rinnovato ardore, Oscar smembrò la carcassa dell’ombra, ne strappò la polpa e la sparpagliò attorno a se, ne dilaniò ogni brandello per farne completo scempio. Gridò di brutale soddisfazione fino a lacerarsi i polmoni, la stanchezza sopraffece la rabbia e gli tolse il respiro. Sconfitto vincitore si abbandonò al letto, e la notte trascinò con se il suo piangere silenzioso.

 

Senza un posto dove andare, prese l’autobus solo per lei.

Sedeva tranquilla, assorta nel mondo di vetro nei riflessi. Con la spalla accarezzava il sedile, quasi cercando un rassicurante tepore nella plastica arancio. Un ciuffo di capelli scivolò sulla fronte, rubandole un occhio. Con un gesto che pareva un sussurro, carico di una timidezza dolce ricordo di una non lontana adolescenza, ricompose la ciocca dietro l’orecchio. Le labbra socchiuse si concessero un sorriso morbido.

Seduto di fronte, due sedili più avanti, Oscar la guardò fino ad accarezzarla. Lei se ne accorse, e con appena una goccia d’imbarazzo gli regalò un’espressione di incuriosita dolcezza. Scandito dal susseguirsi irregolare delle fermate, il tempo divenne un istante immobile. Le pareti dell’autobus sembrarono gonfiarsi come traboccanti d’acqua, la luce filtrata dai finestrini si schiarì di pallido imbarazzo. Rapito da un senso di serenità confortevole, perdendo la coscienza del proprio peso, Oscar si alzò per andare da lei e affondare in quella pelle di seta.

Un fiato caldo e appiccicoso gli si spalmò sul collo, frantumando quell’incanto. L’ombra non era ancora sazia. Un panico tagliente lo colpì alle ginocchia, facendolo barcollare. Non doveva accorgersi della ragazza. L’espressione morbida di quelle labbra sarebbe stata contaminata. No, non doveva succedere. Con passo veloce e studiata indifferenza, Oscar oltrepassò il sedile arancio su cui brillava un giovane incanto, tuffandosi dallo sportello dell’autobus verso un nero oceano d’asfalto. Non sapeva neppure che fermata fosse.

 

L’espressione che aveva rubato alla ragazza dell’autobus rischiarò la sua notte, proteggendolo dalle insidie del buio.

 

La fame dell’ombra era insaziabile, ma la rabbia di Oscar era qualcosa di ancora più selvaggio e brutale. Il corpo fragile e sottile si piegava sotto i suoi colpi come fosse di carta, le ossa scricchiolavano nello spezzarsi, l’appiccicare del sangue si infilava purulento tra le dita. Stavolta la nera macchia informe aveva davvero esagerato. Si era avvicinata sperando di coglierlo di sorpresa, mascherandosi da quell’ultima fiammella che lo proteggeva dall’oscurità. Gli era apparsa di giorno, per strada, e il suo viso era quello della ragazza dell’autobus. Era stata abile, questo si. Aveva imitato non solo il viso, ma anche la freschezza di quel sorriso giovane, uno stupore divertito nel vederlo, un saluto scherzoso che scivolava da un gesto delle dita. Ne aveva carpito perfino la voce, un sillabare squillante e vivace che divenne un gemito strozzato, un rantolio pregno di sangue, un pianto soffocato che si spegneva nel frantumarsi della testa sull’asfalto.

 

L’oscurità calò come un sipario. La macchia scarlatta dipinta sulla strada era un’immagine conficcata con violenza nella retina, l’odore denso del sangue troppo penetrante per essere soltanto un’illusione. L’aveva uccisa. Lei lo aveva salvato, con la sua grazia inconsapevole lo aveva guidato attraverso il vuoto, e lui aveva soffocato quella piccola luce, accecato dalla propria ombra. L’aveva dilaniata come si sbranano i ricordi spiacevoli.

Tutti lo cercavano. Animale. Pazzo. Assassino. Tutti lo fiutavano come cani affamati, per conficcagli la mandibola nei polpacci, trascinarlo lungo la strada dipinta di sangue scuro, imprigionarlo tra mura ancora più fredde di quelle del suo appartamento. Voleva ancora una casa dove andare, dove potersi rannicchiare e sentire protetto, dove il buio non lo potesse raggiungere.

 

L’ombra lo osservava, silenziosa, da un tempo che pareva infinito. Lo osservava con gli occhi di tutti quelli che l’avevano abbandonato. Mosse il braccio verso di lui, che si rannicchiò per proteggersi. Il colpo non arrivò. Oscar deglutì denso. L’ombra non voleva attaccarlo. Gli stava offrendo una mano cui aggrapparsi. Forse, era stato così da sempre.

Si scambiarono un sorriso invecchiato dalla stanchezza. Insieme, si tuffarono nelle tenebre.

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domenica, 19 giugno 2005

Animali da compagnia

Giordano Segatta

 

Ivan era invidioso del sergente Omar.

Con il suo elemosinevole stipendio da stappabuchi, Ivan si era potuto permettere solo un Tarquinioprisco Boschivo, per di più un bastardello con le timpane spelacchiate e problemi d’incontinenza.

Tutt’altra sorte per il vicino di casa, il maggiore Omar della fabbrica di Purgole Elettriche, che aveva così tanti soldi da poterci letteralmente fare la pasta. Il lusso smargiassone gli permetteva nientemeno che un rarissimo Palopardo di taglia nana, di razza, con tanto di pedigree fino alla quinta genia.

Alle sei meno trentadue di sera, puntuale come un temperamine svizzero, Ivan scortava il suo mustelide da compagnia ad innaffiare gli alberi del viale, in tasca l’irrinunciabile sacchetto di carta e la palettina raccogliricordini in poliviniltereftalato. Con la coda dell’occhio, ma senza dare nell’occhio, sbirciava il marciapiede di là della strada. Tronfio, fiero, orgoglione e soddisfatto, il tenente Omar passeggiava come se stesse sfilando su una scala a dondolo, legato al polso il guinzaglio in tetracarbonato alla cui estremità trotterellava gaio il Palopardo. L’elegante creatura annusava incuriosita il cemento, sgrufolava le vibrisse sulla scia di olezzi invitanti, che inseguiva salterellando sulle zampette vermiculanti, e subito si riaccompagnava fedele agli stivali del padrone.

Ivan pensò che non vi è spettacolo peggiore della meraviglia che non ci è concesso toccare.

Il caporale Omar si arrestò. Estrasse una sigaretta dal bavero dei pantaloni. La sfregacciò sulla schiena squamosa del Palopardo. La sigaretta si accese. Mentre assaporava lussuriose boccate di viscoso tabasco, la creatura gli si spampanò affettuosa lungo la tromba delle gambe, frinendo di innata gaieitudine.

Ivan decise che era troppo. Lui aveva dovuto smettere di fumare, poiché le esalazioni di silicefluoruro del tabasco si imperlinavano nelle ciocche del Tarquinioprisco, raggranellando una mucillaggine poco gradevole allo sguardo. In uno sfarfallio di vendetta oltrepassò la strada, puntando il suo avversario come un Ramapiano con la preda.

“Bella bestia davvero, capitano Omar” esclamò, con una inchinevole riverenza.

“Orca! Visto che squame?” si tronfiò il generale Omar, consumando la sigaretta in un’unica inspirazione. “Per dire, la striglio ogni sera con la fenolftaleina!”

“E pensare quanto migliore sarebbe, se solo…”

“Orca, per dire, che volete dire?”

“L’animale non è stato… sterilizzato, se ho indovinato.”

“Orca, integro secondo natura, per mia premura!”

“Che coraggio. Sfoglierà le vibrisse a maggio! Quali scempi immani sui cuscini dei divani! Rischiate poi il cordoglio al vostro portafoglio ad ogni giostra di barbiere!”

“Orca, per dire, mi è così fedele… Ma suvvia, che volete che sia!”

“Sarà assai aggressivo nel periodo dell’eliotopia. Poveri vostri golfini, ne dovrete fare senza! Scusate la mia impertinenza, è un gesto di premura: se vi scopre la questura ci rischiate anche la forca.”

“Orca!”

Il soldato semplice Omar fumava ancora, ma senza sigarette. Arancio di vergogna, fissò la sovrabbondanza della sua creatura. Incolpevolmente ignorante nel suo affetto incontaminato, il Palopardo lo fissava squittacchiando affettuoso con retine di palustre.

“Orca, per dire, bello mio, dobbiamo andare. Ringrazia il signore, al dovere così ligio. Hai appuntamento con un tranciabagigio!”

Soddisfatto, Ivan prese in braccio il suo Tarquinioprisco e lo coccolò. I batuffoli imperlinati non gli erano mai parsi tanto levitosi.

 

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domenica, 19 giugno 2005

La partita

Giordano Segatta

 

Ti chiamerò Othello.

Il gioco in scatola che mi donò mio padre portava questo stesso nome. La pubblicità sulla confezione prometteva: “Due minuti per imparare, una vita per diventare maestri.”. Le istruzioni erano brevi, ne esaltavano la semplicità senza rendere giustizia all’infinita varietà di mosse disponibili. La partita andava costruita a poco a poco, con pazienza ed affetto, una semplice svista e lunghe file di pedine faticosamente appoggiate cambiavano immediatamente schieramento. Alla fine sul tabellone non rimaneva che questo, orme bianche e nere a testimoniare il risultato delle proprie mosse, pedine da contare e confrontare per decretare sconfitta o vittoria.

Le stesse regole della vita.

 

Come la mia stessa vita, ho deciso di chiamarti Othello.

Sarai l’altra parte di me. Non nel modo che è concesso a queste capricciose pedine, che da un lato risplendono di avorio candido mentre l’altro rabbuia d’ebano. Sarai sia il nero dei graffi d’inchiostro sia il bianco di questi fogli feriti. Sarai l’ombra di me attraverso questo specchio ruvido su cui trascrivo in lettere i miei pensieri.

Sarai gli occhi attraverso i quali potrò vedermi.

Non mi limito a darti una vita, ti concedo la mia.

 

Una pedina prende vita tra le dita. Forse non si chiede neppure chi l’ha scagliata sul quadrettato verde del tabellone, o il perché. Le basta sapere che sul suo corpo è disegnato un lato bianco come un lato nero, a volte l’uno risplenderà a scapito dell’altro, ma questo pensare le è faticoso ed inutile, altre mani decideranno per lei quale faccia mostrare al sole. Le basta lasciarsi trasportare in questa partita di cui è solo un tassello.

Ma tu non sei così, vero, Othello?

Tu sei forte, immensamente forte, e sei cosciente di questa tua forza. Questo tabellone verde non ama le pedine come te, che vogliono giocare la propria partita, decidere da sole quando è il giorno e quando la notte. Questo tabellone ti recide le caviglie, ti spezza le ginocchia, ma tu ormai sei abituato a cadere, i calli sulle mani e sul petto sono spessi e robusti. Ti ho donato la mia testardaggine, Othello, la mia ostinazione. Anziché ucciderti queste ferite ti rendono ancora più forte. Stringi i pugni, mastica i denti, perché tra poco lo sarai abbastanza da non sentirli neppure questi squarci conficcati nella tua carne, tanto forte che questa partita sarai in grado di vincerla, da solo.

Ti senti solo, Othello?

Nessuno accarezza le tue ferite, come io accarezzo questi fogli cui do vita, appena uno compilato d’inchiostro lascia lo spazio ad un fratello curioso ed immacolato?

Ti ho donato i miei pensieri, lo so cosa ti manca. La dolcezza assente dalla tua gioventù, la grazia d’un affetto rubato solo per pochi istanti, quasi con vergogna. Ti manca una persona in cui specchiarti, come io mi specchio in te. Ti manca un volto di donna da accarezzare, un viso da pensare prima d’addormentarti, sapendo che al risveglio sarà ancora lì al tuo fianco.

 

In queste gocce d’inchiostro è nascosto un universo intero, l’immenso indefinibile dei miei pensieri. Come ho dato corpo a te, mio caro, ho dato corpo al tuo desiderio. Eccola, la sicurezza che non hai mai avuto, la felicità che hai solo intravisto. Non è forse splendida, questa Desdemona? Guardala, guarda quanto sono dolci questi occhi da bambina, come ti fissano ammirati. Guarda il suo corpo sottile, fragile, non ti viene voglia di proteggerlo con un abbraccio? Ascolta il sussurro squillante della sua voce, questa carezza di rugiada matura, queste parole gentili che ti scaldano di conforto. Ascolta, mentre ti promette il suo cuore, per sempre.

 

Il tempo che io passo a cavarmi gli occhi, a spezzarmi le dita su questi fogli bianchi, il tempo che rubo alla mia vita per concederlo alla tua, mio caro Othello, come lo ricambi?

Quello stesso tempo tu lo passi sulle labbra di Desdemona, sui suoi seni, con gli occhi di lei sempre puntati addosso.

Io ti do così tanto, e tu?

Io, che in gocce d’inchiostro ho partorito un universo, ho per compagni dei ruvidi fogli di carta, mentre tu attendi il sonno nell’abbraccio di quella pelle di bimba.

Godi, Othello, godi la tua felicità, dimenticati di me!

Eravamo tanto simili, tu ed io, due riflessi nello stesso specchio.

 

Ti vedo debole, Othello, sai?

Sei così dolce, così sensibile e attento. Ti sei forse dimenticato quanto sia azzardato accogliere nel proprio cuore chi è capace soltanto di ferirti?

Questo tuo modo di sorridere, così prezioso, non te lo riconosco. Stai diventando distratto, mio caro Othello, fragile, stai rischiando! Su questo tappeto verde il destino di una pedina che non riesce a girare le altre è di essere rovesciata. Ma tu ormai non ci pensi più, tu te ne freghi di questa partita, proprio adesso che la stavi per dominare!

Stai diventando debole, Othello, e sai di chi è la colpa. Chi trasforma la tua rabbia in grazia, la tua ostinazione in serenità. Chi ti illude con passeggera gioia per tranciarti i muscoli. Chi ruba sulle sue labbra la tua forza, la forza costruita con fatica, mossa dopo mossa, ferita dopo ferita.

Quando cadrai, sarai ancora in grado di rialzarti?

 

Uccidila, Othello. O lei, o questa partita.

In fondo, è soltanto una pedina.

 

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