Tempesta
Giordano Segatta
Il mare ribolliva inquieto, mentre onde virili frustavano con impeto la spiaggia. I passi di Calibano penetravano la sabbia lasciandovi profonde ferite, mentre con equilibrio incerto accompagnava Miranda nel suo passeggiare. Solo dove la ragazza accarezzava il suolo coi piedi nudi l’irruenza delle onde sembrava addomesticarsi.
Uno schizzo tra la spuma marina attirò la loro attenzione.
“Un pesce” sorrise la bambina.
“Pe… Sch!” tentò di ripetere Calibano, straziando le sillabe.
“No. Pesce” replicò con pazienza Miranda, e la parola le scivolò di bocca come fosse liquida. Lei sì che era capace di cullare i suoni, accoglierli fra le sue labbra per coccolarli. Calibano li sapeva ricevere, ma non era in grado di riprodurli. Dalle sue fauci le frasi uscivano violentate, in un abuso di rantolii e gemiti.
“Peesch… sche” ringhiò la bestia, spingendo i suoni con tale furore da smembrarli.
Miranda lo fissò in silenzio, le labbra strette in una fessura e lo sguardo serio che non nascondeva un deluso rimprovero. Calibano chinò il capo ed infilò la testa nell’ incavo del braccio, sfuggendo agli occhi da bimba che penetravano i suoi. La vergogna e l’umiliazione si infilarono come lunghe schegge sotto la carne, facendolo tremare. Lui, il grande Calibano, il Figlio della Strega, il Padrone dell’isola… lui, bestia impotente, a subire violenza dal capriccio severo d’una ragazzina.
Un tempo era stato uomo tra gli animali, re tra le bestie. Il conoscere degli uomini, dei veri uomini, aveva fatto di lui un animale. Gli avevano incatenato il corpo con delle alghe per non vederlo nudo. Gli avevano addentato la carne con le lusinghe, accarezzato i capelli per poi stringerli al suo collo come guinzaglio. Con la scusa di una carezza, avevano affondato le dita nelle sue piaghe, fino a farle sanguinare. Con la promessa d’un bacio gli avevano succhiato la saliva dalla bocca e lui, lui, Calibano, aveva goduto di queste attenzioni, si era concesso umile e fedele a quegli immeritati padroni. Essere schiavo era il prezzo dell’affetto che gli veniva promesso, un affetto sporco, impuro, come quello che un uomo può concedere ad una bestia, la bestia di cui si sente padrone. Addomesticato col pretesto di simile, sottomesso col nome di figlio, ora il possente Calibano, il feroce predatore, scavava la propria carne con lo sguardo per proteggerlo da quello d’una bambina.
Miranda sembrò accorgersi della sofferenza della bestia. Si stupì che una creatura tanto rozza potesse essere posseduta da una simile vergogna, e istintivamente allungò una mano a sfiorargli la testa. Lo schifo vinse la pietà e la ritrasse.
“Su, Calibano. Riproveremo domani, va bene?”
La bestia alzò la testa, ma i suoi occhi erano ancora bassi, intenti a sondare le caviglie di Miranda per sfuggire ai suoi occhi padroni. Uno spruzzo di bianca spuma sfuggì alle onde, bagnando le gambe della bambina. Alcune gocce colarono dalle ginocchia alla sabbia in una rapida rincorsa. La pelle di Miranda era morbida e liscia, pulita. Non era come quella di Calibano, non era sfregiata dai tagli inflitti dalla foresta, dai solchi che testimoniavano l’aggressività di qualche preda che non voleva darsi per vinta. La pelle di Miranda era bella, invitante, giovane. Profumava di fresco, di quell’umidità che al mattino gocciola tra le pieghe delle piccole foglie. Odorava di frutto quasi maturo, di preda inconsapevole che attende nella boscaglia.
Calibano si lasciò possedere da un desiderio gonfio e pulsante, l’istinto sfondò con violenza la barriera sottile dei suoi pensieri tramutandolo nel predatore che da sempre era stato. Voleva quel frutto, voleva affondare i denti nella polpa della sua preda, lacerarla coi denti e gli artigli. Voleva fare suo quell’odore tanto invitante, schiacciarlo sulla propria pelle, impregnarne i peli ed i capelli, possederlo come fosse suo da sempre. Un desidero insistente e straripante che non era, non poteva essergli negato, perché era la natura stessa a partorirlo, l’umanità istintiva e selvaggia che ancora covava nel suo intimo violentato dalla dolcezza, e che emerse squarciando la prigionia dei suoi sensi addomesticati.
Lo avevano chiamato bestia per estirpargli la sua bestialità, lo avevano reso uomo per negargli la sua umanità, ma finalmente tornava ad essere ciò che era: Calibano, Figlio della Strega, Padrone dell’isola, predatore. Inspirando in un rantolio di ruggente compiacimento, finalmente il mostro alzò gli occhi su Miranda, e vide soltanto una bimba. Un’indifesa, fragile bimba. Una preda. Nient’altro.
Senza smettere di puntarla, si avvicinò.
Un’onda aggressiva si spinse con violenza sulla spiaggia, squarciandola in profondità come una lunga ferita. Mentre scivolava liquida ed esausta nell’oceano che l’aveva partorita, sembrò gemere impotente, tentò una sfinita ribellione, ma alla fine affondò sconfitta sulla sabbia, e fu solo il silenzio.

